Presso la Sala Consiliare del Comune, Via Roma 12, Castelnuovo Don Bosco
Questo evento fa parte di SCAMBIARE SAPERI – opificio culturale diffuso – II edizione 2026
La partecipazione è gratuita, con possibilità di offerte libere a sostegno del progetto.
Ragionamento pubblico sul rapporto variabile tra la memoria e l’uso delle cose, insieme alla giornalista Daniela Peira e Daria Bonfietti, presidente dell’Associazione Parenti delle Vittime della Strage di Ustica; con lettura pubblica di scritti scelti sulla strage di Ustica, coordina lo scambio Diego Coscia.
Nel 1943, poco dopo l’armistizio dell’8 settembre, un capitano pilota dell’esercito italiano, di ritorno a casa a Montafia (AT), a causa di una avaria del carburante si trova costretto a un atterraggio di fortuna nelle valli del suo paese, poco sotto il cimitero. Riesce a infilare l’aereo in un fossato per rallentarne la corsa, sino a sbattere contro una pianta. L’ufficiale ne esce sano e salvo, ma l’aereo deve essere fatto sparire, anche per paura di rappresaglie, e così gli abitanti del paese, con pinze, tenaglie e chiavi inglesi, in due ore smontano completamente l’apparecchio. Il pilota, considerato un fascista, qualche giorno dopo viene catturato dai partigiani ma elude la condanna a morte grazie all’intercessione di alcuni amici; emigrerà in Argentina, dove si guadagnerà da vivere irrorando in aereo i campi coltivati. Del velivolo precipitato a Montafia, qualche abitante conserva ancora un pezzo in casa.
La sera del 27 giugno 1980 l’aereo DC-9 del volo Itavia 870, partito dall’aereoporto di Bologna e diretto a Palermo, si inabissa nel mar Tirreno, tra le isole di Ponza e Ustica. Nell’incidente muoiono tutti gli 81 occupanti del mezzo. Sulla strage di Ustica sono state formulate diverse ipotesi, secondo la più accredita delle quali l’aereo sarebbe stato abbattuto per errore da un missile, forse lanciato da un caccia francese o NATO, destinato a colpire un velivolo libico su cui viaggiava Mu’hammar Gheddafi. L’inchiesta giudiziaria è tuttora aperta. 27 anni dopo l’incidente, la carcassa dell’aereo è stata recuperata e ricomposta. L’ “Associazione dei parenti delle vittime della strage di Ustica” ha chiesto a un artista di fama internazionale, Christian Boltanski, di allestire a Bologna un Museo per la Memoria di Ustica dove, accanto ai resti dell’aereo, all’interno di 9 grandi casse nere, sono state raccolte decine di oggetti personali appartenuti alle vittime.
I due episodi, di Montafia e di Ustica, non hanno nulla in comune, se non un aereo che precipita. Ma è proprio la diversità delle due situazioni a permettere di ragionare sulle diverse declinazioni dell’uso e della memoria delle cose. Da una parte, una carcassa fatta a pezzi, in modo da renderla invisibile. Dall’altra, una carcassa preservata come una reliquia e messa al riparo per scatenare una indispensabile ricerca della verità.
Nello smembrare l’aereo di Montafia (e la sua memoria materiale), nel cancellare l’identità individuale dell’oggetto (per molti nemico), in quella “cattura” inaspettata e facilitata, c’è qualcosa di goliardico. L’oggetto non esiste più, se non nel ricordo di quell’episodio; la memoria materiale è diventata immateriale. Ma è una storia a lieto fine; non muore nessuno, e quel racconto si tinge di sorrisi, pur se innervato in un periodo tragico della storia recente italiana. L’aereo è scomparso; tutti sono salvi.
Nel caso di Ustica, alla conservazione materiale dell’aereo si aggrappa chi non vuole e non riesce a dimenticare, e da anni chiede il riconoscimento della verità dei fatti. A quell’oggetto è legato un evento tragico, di dolore e di morte; un lutto non completamente elaborato, se non altro perché non ancora mondato da una forma di giustizia. In questo stato di sospensione, la materialità viene conservata (nello specifico, musealizzata con una interpolazione artistica). La carica potente di emotività ancora attiva rende impossibile abbandonare, gettare via, fare a pezzi o ridurre a un uso privato quegli oggetti. A causa dell’assenza delle persone a cui è appartenuta, quella materialità assume un valore universale.
DARIA BONFIETTI, nata a Mantova il 5 luglio 1945, è una politica e attivista italiana. Dopo la strage di Ustica, in cui il 27 giugno 1980 precipitò il volo Itavia IH870 e morirono 81 persone, tra cui il fratello Alberto, dedicò la sua vita alla ricerca della verità e della giustizia. Laureata in Scienze Politiche a Bologna, insegnò Economia e Diritto. Nel 1988 assunse la presidenza dell’Associazione dei parenti delle vittime della strage di Ustica e divenne la principale portavoce delle famiglie. Da allora contrastò il silenzio, i depistaggi e le ricostruzioni incomplete, sostenendo le indagini, i processi e il rapporto con le istituzioni. Per Bonfietti, il tempo non cancella il diritto dei familiari e della collettività a conoscere la verità.
Portò questa battaglia anche in Parlamento: fu deputata dal 1994 al 1996 e senatrice dal 1996 al 2006. In quegli anni mantenne alta l’attenzione sulla strage e sulle responsabilità ancora da chiarire.
Il Museo per la Memoria di Ustica, aperto a Bologna nel 2007, rappresenta concretamente il senso del suo impegno. Al centro conserva i resti del DC9, recuperati dopo l’incidente. Intorno al relitto, un’installazione di Christian Boltanski ricorda le vittime con 81 lampadine, che si accendono e si spengono lentamente come respiri, e con specchi neri che coinvolgono i visitatori. Il museo non ricostruisce soltanto i fatti: invita a ricordare le vittime e a non smettere di chiedere la verità.
DANIELA PEIRA è una giornalista de La Nuova Provincia specializzata nella memoria storica locale. Attraverso documenti d’archivio, testimonianze e ricerche sul territorio, ricostruisce vicende e biografie poco conosciute, restituendole nel loro contesto storico e umano.
Tra i suoi lavori figurano la ricostruzione dell’atterraggio di fortuna di un aereo a Montafia (AT) nel 1943, la vicenda di Giuseppe Masoero, astigiano coinvolto nella Campagna di Siberia, e il caso più recente del femminicidio di Maria Teresa Novara.
La sua attività unisce ricerca storica, memoria familiare e identità territoriale, riportando alla luce episodi e figure assenti dalle narrazioni ufficiali e restituendoli alla memoria condivisa della
comunità.